In questi mesi abbiamo assistito a forti tendenze, qualcosa di globale di cui non ho recente memoria. Tendenze a guardarsi dentro a tutti i costi, a guardar fuori perché è più facile, a sentirsi appartenenti ad una comunità e a non sentirsene affatto. Altalenando tra il sì e il no, abbiamo scoperto l’inadeguatezza che ci rende schiavi, abbiamo imparato che ne siamo tutti vittime e la sconfitta è non ammetterlo. Ci siamo fatti paladini del nostro odio virtuale garanzia di socialità, e con abuso di parole abbiamo facilitato l’accanimento sociale come empatia. Ci siamo fermati, forse abbiamo capito qualcosa, di noi, dell’altro, del mondo, dell’ambiente, del sistema, del nucleo emotivo, forse non ci abbiamo ancora capito niente, che non basterebbero ricorrenti pandemie per spiegarci il noto. Ci siamo distaccati per distanziarsi e distanziandoci ci siamo distaccati. Alcuni per lo meno. Fingendoci riposati ripartiamo, ma per dove ancora non sono riuscita a capirlo. Uno spazio inesplorato ci attendeva forse selvaggio ma sicuramente incontaminato; probabilmente ci mancava la voglia e ancor più plausibilmente una buona dose di coscienza.